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'When the phone rings' è un thriller makjang romantico coinvolgente con un finale che fa schifo

‘When the phone rings’ è un thriller makjang romantico coinvolgente con un finale che fa schifo

| On 30, Lug 2025

‘When the phone rings’ è un drama composto da 12 episodi che si trova su Netflix ma, nonostante la quantità esigua di puntate riesce comunque ad incuriosirti, confonderti, farti molto innervosire ed infine distruggere la tua casa su cui hai sfogato tutta la frustrazione per un finale, francamente, di merda.

L’ho visto in ritardo rispetto all’uscita, ma ancora ricordo bene come il mio X (ex-twitter) fu invaso di commenti allucinanti di gente estremamente confusa e incazzata per la piega che questo prodotto aveva preso alla fine.

Quindi dovete affrontarlo così, nella consapevolezza che è prende molto, nel suo essere di fatto un thriller con una storia d’amore, ma che a una certa gli sceneggiatori hanno deciso di fare del male agli spettatori, perché sono sadici di merda, altrimenti certe cose di scarso gusto e moralità, francamente, non me le spiego.

Lo consiglio?
Solo per capire perché tutti siamo così incazzati e perché a molti, a cui è piaciuto, poi lo hanno cancellato e sotterrato in giardino dopo il finale.
Io sono tra quelli che si sono divertiti, ho apprezzato il ritmo ma non molto lo svolgersi degli eventi, che sono un’accozzaglia di cose poco credibili e poco plausibili.

Prima del finale il giudizio era abbastanza neutro-positivo: si vede, ti prende molto e si dimentica.
Dopo il finale: francamente, anche no.

Di cosa parla questo drama?
Paik Sa-Eon (Yoo Yeon-Seok) proviene da una prestigiosa famiglia politica ed è diventato il più giovane portavoce presidenziale in Corea. Il suo background include anche un periodo come corrispondente di guerra, negoziatore di ostaggi e conduttore radiofonico.

Ha sposato Hong Hee-Joo (Chae Soo-Bin), che fa parte di una ricca famiglia a sua volta. Negli ultimi 3 anni di matrimonio, però, le cose tra i due non vanno bene e non hanno mai comunicato, né mangiato insieme. Fingono di essere una coppia felicemente sposata solo in poche occasioni, mentre lei, di fatto, è una sposa fantasma per il pubblico.

Un giorno, Hong Hee-Joo viene rapita da una persona non identificata e l’atteggiamento di Paik Sa-Eon è un colpo al cuore per la terrorizzata Hong Hee-Joo. Questo cambia la loro vita matrimoniale.

Piccole cose (forse non) bellissime:
‘When the phone rings’ è un drama che è composto dal 70% da protagonisti scomparsi, dal 20% di chiamate telefoniche e dal 10% d’amore e in fondo inizialmente non era nemmeno male.

La sospensione dell’incredulità deve essere particolarmente alta qui, però gli sceneggiatori lavorano bene con la dose di suspence, con piccoli ricordi frammentati per farti entrare in una storia ovviamente mega contorta ma che prende tanto.

Come ho detto prima: mentre lo vedi, lo capisci che ci sono mille errori logici, con cose davvero casuali, ma il tutto è narrato in un modo che ti prende, ti coinvolge e vuoi capire come andranno a finire le cose. Un classico per una storia di fatto thriller, con problemi politici e famiglie potenti che si attaccano.

Tutto molto coinvolgente e abbastanza bello fino all’ultima puntata, che è sbagliata dall’inizio alla fine, ma ne parleremo nella parte spoiler.

Di sicuro la prima metà del drama è MOLTO meglio della seconda metà (e del finale ovviamente). Mentre la prima metà si concentra più sull’aspetto giallo/thriller, e gli riesce benino, la seconda metà diventa più un makjang, con tutta la disperazione e il melodramma che ne consegue.

All’inizio ti coinvolge e ti chiedi dove si sta andando, anche perché i primi episodi sono un susseguirsi di eventi shock che mette in dubbio le poche certezze che hai, una dopo l’altra.

Punti su… qualcosa:
‘When the Phone Rings’ è ben recitato, ha molte cose che coinvolgono e in fondo, oltre la storia d’amore, che è centrale, parla di crescita personale, rispetto di sé, perdono ed empatia.

La serie permette ai suoi personaggi principali di imparare ed evolversi insieme ed il protagonista maschile ha delle caratteristiche interessanti, anche se partono sempre dallo stereotipo dell’uomo freddo e duro, pecora nera della propria famiglia, che parla poco ma in fondo ha un cuore tenero, fino al finale in cui parla come un malessere del 1.800.

La protagonista femminile parte da uno stereotipo, la figlia inutile maltrattata e utilizzata, ma fa un bel percorso: da persona che ha bisogno del telefono per comunicare con il mondo (unica voce che può utilizzare), sfrutta quello stesso mezzo per riaffermare se stessa, dopo essere stata tradita per l’ennesima volta da chi doveva proteggerla. Per la prima volta mette se stessa, i suoi bisogni e i suoi desideri davanti a tutto e lo fa utilizzando un mezzo subdolo, perché vuole solo raggiungere il suo obiettivo: essere libera.

Quello che funziona nel drama (soprattutto nella prima metà), è che siamo costantemente spinti a indovinare cosa accadrà, chiedendoci fino a che punto i personaggi sono disposti a spingersi per raggiungere i loro obiettivi e come reagirebbero a nuove scoperte e incidenti.

Poiché ogni azione porta a una reazione e tutti i personaggi hanno uno scopo chiaro nella storia, si trovano costantemente ad affrontare le conseguenze dei loro sforzi e sono motivati ​​a reagire. Percorrono un lungo e tortuoso cammino verso i loro obiettivi, che si tratti di proteggere una persona cara, divorziare, diventare presidente o vendicarsi.

Questa parte ha senso e va bene.

Conclusione:
Tutti parlavano di ‘When the Phone Rings’, che ha conquistato le classifiche dei primi 10 posti di Netflix, i feed di Instagram e i forum online dedicati ai K-drama, solo per questo gli darei una possibilità. La prima metà intrattiene, nonostante i voli pindarici della trama, la seconda metà si appesantisce prima di un finale da dimenticare. Ma in fondo anche questo fa parte del gioco, no?

SPOILER:

Al centro di molte polemiche sono stati gli ultimi dieci minuti, quando, con un tempismo alla Corona nel caso Fedez e una delicatezza alla Vanna Marchi, gli sceneggiatori hanno ben pensato di rendere un giornalista di guerra, che è diventato portavoce del governo, uno esperto nel trattare con i terroristi in caso di ostaggi in un caso di rapimento portato avanti dalla Paltima nei confronti di Izmael.

Paltima.
Izmael.
Ma la fantasia.
Ma la leggiadria.
Ma la raffinatezza.
Ma la sensibilità.
Potrei continuare ore su una scelta di davvero scarso gusto, ma non aggiungerei altro alla narrazione che potete copiosamente trovare sui social. Non ha alcun senso usare nomi così storpiati, si poteva scegliere un evento simile ma diverso, si poteva fare altro, sinceramente.
Eppure questo ennesima cazzata e mancanza di umanità arriva dopo un episodio, che francamente, non c’entra un cavolo con tutto il resto.

Avevamo lasciato il nostro eroe sconvolto da un immenso segreto sussurrato all’orecchio e un sparo che lo aveva presumibilmente preso in pieno e, nell’episodio dopo, capiamo subito che è vivo e vegeto, che nonostante il colpo al costato, è stata più male lei che lui e che poi lui è scomparso nel nulla.

Scomparso, poi, per una cosa (il non essere il vero figlio) che noi avevamo capito dal primo episodio (incidente automobilistico con camion è sempre organizzato da un CEO pazzoide) e che anche tutti, ma proprio TUTTI, nel drama sapevo già e ovviamente nessuno dava la colpa a lui che al tempo era un bambino costretto a fingere di essere qualcun altro, vivendo una vita di merda.

Invece no, per questo senso di colpa infinito, l’episodio 12 diventa un episodio di guerra, nessuno ha capito perché, con delle scene ridicole. Ma davvero ridicole.

Io ho pianto dalle risate nella scena degli ostaggi nella savana, che vengono liberati dal nostro prode eroe, che riconosce subito la moglie bendata e la porta nella sua macchina, scappando poi dai ribelli.
Innanzitutto abbiamo una jeep con un conducente e due soldati armati, seguiti da un camioncini aperto con 5 o 6 soldati armati, seguito poco dopo dal camion coperto con dentro 2 soldati e i nostri 5 ostaggi, l’ultimo in fondo è la nostra ricattatrice preferita!

C’è una mina e l’auto davanti è stata colpita (in realtà il camioncino aperto), quindi, meno 5 su 9. I 2 soldati dal camion scendono e vanno a vedere. Poi arriva la macchina station vagon, con cui ogni casalinga americana va a fare la spesa, dove scende un solo uomo che libera tutti gli altri ostaggi, dicendo loro di scappare e poi porta con sé la donzella che è sua moglie.

Dopo oltre un minuto, che è comunque è montato, arrivano gli altri soldati dell’ultimo camioncino. Prima di tutto, ma dove sono finiti tutti gli altri soldati, ma soprattutto, questo ha lasciato liberi dei civili nella savana di notte???

Ma non era meglio lasciarli ai ribelli? Nella savana di notte sicuro ci muori. Nel bel mezzo di nulla, non sai dove andare, fa freddo, ci sono animali pericolosi, rischi di morire malissimo. E quindi quando loro parlavano e si chiarivano, i non riuscivo a non pensare a quei poveri 4 ostaggi adesso morti chissà dove, sbranati da chissà cosa.

Io ho volato altissimo in questi momenti, perché veramente scritti col culo: tu sei andato in una zona di guerra a fare foto ai tramonti, letteralmente, perché ti sentivi in colpa di quello che ha fatto il nonno che ti ha strappato alla tua infanzia: ma due ave maria e un padre nostro non bastavano? Mamma mia, che esagerazione!

Questo finale fa schifo non solo per aver utilizzato in quel modo un conflitto che sta uccidendo persone (a prescindere dal pensiero politico, gente sta morendo e si potevano usare altre 985256253284 casistiche ed eventi), ma perché è un finale che annulla il percorso dei due protagonisti, la loro crescita e modifica (peggiorando) la loro caratterizzazione. Il protagonista maschile, da sempre rispettoso della ragazza, le urla in faccia (dopo essere scomparso improvvisamente) TI AVEVO DETTO DI ASPETTARMI’, come se fossimo nel 1.800. Chapeau.

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