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‘Dear Hongrang’ inizia bene e finisce che ti interessa solo di Lee Jae-wook gnoccolone

‘Dear Hongrang’ è una serie in costume, era Joseon, su Netflix, una delle ultime fatiche di quello gnocco di Lee Jae-wook e qualcosa che mi ha colpito e innervosito. A distanza di tempo provo ancora fastidio nel suo ricordo. Molto fastidio.

Per quanto ci sia una storia d’amore passionale e struggente (a tratti negativa e manipolatoria), il vero centro del racconto è un’esplorazione dolorosa e avvincente dell’ossessione, del dolore e del violento desiderio di appartenenza. Avvolta nel mistero e intrisa del decadimento emotivo di una famiglia divisa, la serie inizia con una tragedia e si dipana in una lenta e stratificata discesa verso la rovina personale e politica.

E’ un prodotto da vedere e da giudicare, nei suoi pregi, tipo quello gnocco stratosferico di Lee Jae-wook, e nei suoi limiti, perché ne ha parecchi.

Di cosa parla questo drama?
Un bambino, figlio del potente mercante Sim Yeol-guk, scompare e riappare dodici anni dopo. Il tornato Hongrang è, però, privo di ricordi. Ad accoglierlo non c’è solo la sorpresa, ma anche il dubbio. Jae-yi (Cho Bo-ah), sorellastra cresciuta nel dolore della sua assenza, lo accusa di essere un impostore.

Piccole cose (forse non) bellissime:
L’inizio è interessante perché pieno di pathos e di mistero: ci viene detta la verità? E’ una menzogna? Una truffa? Cosa vogliono questi essere incappucciati? Chi rapisce i bambini? E soprattutto perché?

Il mio problema è che gran parte di questi misteri, soprattutto quello di determinate menzogne, vengono subito rese note allo spettatore (per evitare di far pensare a comportamenti scandalosi), ma hanno il risultato di far apparire agli occhi esterni determinate azioni o parole (nell’ambito della relazione amorosa) come profondamente:
1) cringe
2) manipolatorie
e francamente non so cosa sia peggio.

Questo drama si concentra su ossessione, dolore e vendetta, diventando quasi intercambiabili mentre i suoi personaggi affrontano le battaglie che si combattono dentro e nel mondo che li circonda.

Cosa affronta il drama?
La serie Netflix Dear Hongrang è prima di tutto un racconto sull’identità. Non solo nel senso individuale, “chi sono io?”, ma soprattutto sociale: “chi mi è permesso essere?”.

Altro grande tema è quello della famiglia, ma in chiave velenosa. Le relazioni parentali qui non salvano, incatenano.

Infine, c’è la questione del potere. Tutti i personaggi sono intrappolati in una società in cui contano solo lignaggio, ricchezza e apparenze.

Punti di forza:
Visivamente è un prodotto davvero ben fatto. Gli abiti, sebbene non storicamente adeguati, rispecchiano l’animo e lo stato di ogni personaggio e si mescolano perfettamente con un ambiente duro e oscuro come quello che si vede nel drama. La fotografia è sempre spettrale, cupa e crea ansia e si adatta a una regia fatta di movimenti rapidi ma anche di zoom sui volti e si istanti di immobilismo. Da un punto di vista tecnico è un drama fatto davvero bene.

Il drama lo possiamo definite un’esplorazione simbolica ed emotivamente intensa del dolore, del trauma, dell’identità, del potere e del disperato bisogno di appartenenza, molto forte nella sua prima metà, purtroppo si perde nella seconda. Ma francamente quella prima metà, vale la pena vederlo.

Punti di debolezza:
La storia in sé parte in un modo e finisce in un altro. Inizialmente il male sembrava extraterrestre, sembrava qualcosa di fantasy… invece era solo un uomo dai capelli lunghi che presumibilmente ha 40 anni ma ancora la forza di un ventenne, che è assolutamente impossibile. Inizialmente nell’aria si percepiva molto fantasy, che poi è andato tutto a farsi benedire, purtroppo.

Il mistero principale e assoluto è stato raccontato con alcuni errori logici e buchi di trama e alla fine arrivi a una risposta ma non ti pare totalmente sensata. Tutto il mistero diventa subito una serie di intrighi politici con personaggi mossi da motivazioni futili e caotiche.

Il personaggio femminile di Jae I è difficile da comprendere ed è, per me, nota dolente del drama. Appare come cazzuta all’esterno e, allo stesso momento, un agnellino indifeso nelle mura domestiche, oggetto di crudeltà e trattamenti difficili da sopportare. E’ la stessa ragazza che si traveste da uomo per truffare la gente e che gestisce da anni un gruppo di ribelli per cercare suo fratello? E perché, alla fine, diventa una damigella in pericola da salvare 90 volte su 10? Qual è il senso del suo personaggio? O meglio, qual è il vero carattere del suo personaggio? Va bene essere sfaccettati, ma qui parliamo di due personaggi diversi.

Un altro personaggio che ne esce strano da un taglia e cuci di situazioni è il second lead Yeon-ui, che parte positivo, poi cerca di prendere il controllo della gilda, poi non si capisce più molto che cosa sia successo e ce lo ritroviamo come stalker ossessionato.

Di sicuro nello svolgimento della trama e nella caratterizzazione della protagonista, non hanno aiutato i soli 11 episodi, davvero troppo poco per un prodotto che ha messo così tanta carne al fuoco.

Conclusione:
‘Dear Hongrang’ è davvero qualcosa di difficile da definire, sicuramente nella sufficienza, soprattutto nella sua prima metà. E’ da prova, già solo per quella divinità in terra di Lee Jae-wook, consapevoli che ci saranno cose che non ci sono date capire e che forse è meglio così.

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PR

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