"The Art of Sarah" è una critica (poco) sottile, molto meglio nell'idea che nella realizzazione, purtroppo
PR | On 10, Mar 2026
“La verità, come la luce, ci acceca. La falsità, invece, è come un meraviglioso tramonto che esalta ogni cosa. Finché non ci si lascia sorprendere.” – Sarah Kim
‘The Art of Sarah’ è una storia di truffa e lo spettatore prova quelle stesse emozioni altalenanti: il coinvolgimento iniziale perde presto mordente e resta qualcosa di contorto e respingente. Inizialmente il mistero è avvincente, molto, ma man mano che vengono svelati altri strati dell’identità di Sarah Kim, la trama si fa più contorta, rendendo le cose più complicate del necessario.
Tuttavia, sebbene il mistero possa perdere vigore a metà film, l’analisi che il drama ‘The Art of Sarah’ fa della vanità della società, dell’industria dei beni di lusso e della classe sociale è davvero sfumata e ben fatta, offrendo molti spunti di riflessione.
Vale la pena? Sono solo 8 episodi e se piacciono storie mistery e una buona critica al capitalismo, può essere una cosa divertente (anche se ha un finale davvero gestito MALISSIMO).
Di cosa parla questo drama?
Sarah Kim è la presidente della filiale asiatica di un marchio di lusso, Boudoir, marchio talmente esclusivo da vendere solo a una ristrettissima élite.
Sebbene il suo nome sia sentito ovunque, è una figura misteriosa che non si vede da nessuna parte. Nessun social. Nessuna intervista. Solo un nome apparso all’improvviso.
Viene trovato un corpo, morto per congelamento nelle fogne, e sembra appartenere proprio a Sarah Kim e il detective Mu-Gyeong indagando, entra in una storia complicatissima.
Piccole cose belle e non:
La trama mistery è stata gestita male e da metà drama il tutto perde mordente perché si complica troppo, inutilmente. L’ultimo twist con la figura doppia (diciamo), si percepisce proprio come inutile, riempitiva e noiosa.
Per tutto il drama noi ci chiediamo: “Chi è Sarah Kim?” e la confusione iniziale resta fino alla fine, mentre subiamo colpi di scena dopo colpi di scena in una storia che resta sempre volutamente nebulosa. Alla fine il mistero diventa frustrante più che appagare.
L’unico ruolo che Sarah Kim riesce a svolgere fino alla fine è quello di sollevare il velo dietro la vanità della società. Al centro del suo percorso c’è l’essenza del lusso, nel suo caso, le borse firmate di lusso. Gli articoli di lusso denotano ricchezza e classe, eppure l’eccesso di una cosa buona viene disprezzato, rivelando sfumature del simbolismo di questi oggetti ambiti. Sarah Kim stessa non è immune, abbracciando pienamente non solo la propria vanità, ma anche quella di chi la circonda per raggiungere i suoi obiettivi.
La ricerca del nuovo per appagare la propria vanità apre la strada alla dissezione dell’identità e alla perdita nelle macchinazioni di Sarah. Sarah stessa lo ammette a un certo punto: si è persa, non sa più chi sia e dove finisca l’illusione e inizi la realtà. Per coloro che legano la propria identità alla ricchezza, al lusso e alla classe sociale, cosa succede quando tutto ciò viene portato via? Cosa rimane realmente di te quando tutto ciò viene strappato via?
Cosa affronta il drama?
I temi qui sono molteplici, partiamo dalla critica all’ostentazione della ricchezza, dell’esclusività, all’apparenza fine a se stessa.
“È nella natura dei ricchi inseguire cose che il denaro non può comprare. Più diventava esclusivo, più la gente lo cercava follemente.” – Woo Hyo Eun
Sarah Kim ha creato un brand che non esiste e tutti lo vogliono solo perché a tutti viene detto che tutti lo hanno e nessuno vuole essere lasciato indietro. La FOMO (Fear of Missing Out, “paura di essere tagliati fuori”) per eccellenza, un marketing perfetto basato su bugie e follia, ciò che in fondo sono gran parte degli storytelling dei brand più famosi.
“I costi di produzione non determinano il valore dei beni di lusso. Le persone ricercano lo status che deriva dal marchio, non il prodotto in sé.” – Sarah Kim
Cosa rende un brand affascinante? Cosa ti rende fedele a un marchio? L’idea che hai di quel marchio e pensare che avere quella cosa ti renderà qualcuno.
Le pubblicità delle automobili non parlano quasi mai di caratteristiche meccaniche (come quelle dei detersivi) ma mostrano sempre immagini avventurose, colorate, paesaggistiche, particolari, perché devono vendere l’idea dell’auto, non le sue caratteristiche. Un Suv o un fuoristrada lo vedrai sempre tra le montagne e nel fango in una pubblicità.
Ma i marchi di vero lusso non creano pubblicità, sono i clienti a diffondere la voce, è lo storytelling di fini artigiani e materie prime di altissime qualità, magari anche uno stilista eccentrico e speciale, diverso da tutti gli altri. Come si somigliano le storie dei brand, come usano sempre le stesse parole e le stesse bugie.
“Le persone si fidano degli altri sapendo che non dovrebbero, si fidano di se stesse credendo che saranno diverse, credono al mondo pensando che questa volta sarà diverso e credono alle bugie anche se sanno che tutto è una bugia.” – Mok Ga Hui
La bugie di Sarah Kim non era difficile da svelare, non ci voleva molto a capire che non esisteva quel brand, ma nessuno voleva porsi quella domanda, nessuno voleva dover ammettere a voce alta che era stato fregato. Le bugie sono tali se qualcuno è disposto a dire la verità, ma la verità esiste sono se ne abbiamo bisogno. Ma se la bugie ci fa comodo e nessuno è disposto a svelarla… è davvero una bugia? O alla fine diventa una verità?
“I marchi di lusso sono diventati marchi di lusso perché hanno scartato ciò che contava di più: i clienti. Più ti ignorano, più ti desiderano. L’atteggiamento è ciò che ti rende un marchio di lusso.” – Sarah Kim
Sarah Kim parla del suo brand e del suo modo di fare imprenditoria, come un corteggiamento, una storia d’amore, con una passione incredibile, perché Sarah Kim crede nel prodotto che vende e alla fine l’ha reso qualcosa di speciale.
“Sapete che tipo di persone prendono di solito di mira i truffatori? Persone stupide? Persone incredibilmente vanitose? No. Semmai, sono intellettuali con conoscenze specialistiche. Più sono esperti, più credono fermamente di non poter essere ingannati.” – Sarah Kim
Il concetto di truffa, di bugie, di rapporti, di buoni e cattivi, è centrale nella storia. Sarah Kim è una truffatrice D.O.C, lo è fino alla fine, eppure ha momenti di bianco nella sua vita nera come la pece. I rapporti che ha sono solo di sfruttamento e utilità, eppure si piega anche a connessioni sincere, si prova almeno, proprio perché nessun essere umano è davvero monocolore, la realtà è sfaccettata.
Si parla, ovviamente, di identità. Cos’è esattamente un’identità? È qualcosa con cui nasciamo, qualcosa che ci creiamo da soli o ci viene assegnata dalla società? Sarah Kim chi è? Quale delle sue molteplici identità? Chi resta alla fine? E ha senso restare e distruggere tutto quello che hai creato?
Chi siamo quando ci liberiamo del nostro passato e a quale prezzo avviene la trasformazione? Il mondo scintillante della moda diventa al tempo stesso un santuario e una prigione, un luogo in cui la bellezza offre potere ma esige anche la cancellazione delle emozioni.
Punti di forza:
Il regista Kim Sung-yoon si affida molto alla narrazione visiva, utilizzando spazi di moda, palette di colori tenui e primi piani prolungati per rispecchiare l’isolamento emotivo di Sarah. C’è una qualità ipnotica nelle inquadrature, dove la bellezza appare fredda e l’eleganza pesante.
Sarah Kim è volutamente messa spesso davanti a uno specchio, o viene inquadrata tramite uno specchio, ovviamente è voluto per sottolineare la sua ambiguità e falsità, l’immagine riflessa che duplica e confonde. Per non parlare del fatto che nella prima puntata vediamo proprio un doppio, una persona vestita uguale alla nostra protagonista. Il registra non ha fatto scelte casuali affatto.
Per non parlare dei colori: la prima puntata ha una prevalenza di rosso, seguita da altri episodi dove i colori regnano, arancio, verde, giallo ecc. Siamo nella fase dell’inganno, della costruzione del personaggio e la protagonista è pavone colorato che deve incantare e bloccare su di sé lo sguardo.
E’ il suo show.


Poi da metà drama, con le indagini sempre più nel vivo e con lo scavare nel passato orrido e oscuro di Sarah Kim, il colore si perdere sempre di più e sullo schermo si inizia a vedere il bianco, il grigio ed il blu del mare dove affogare (e ci sono diverse scene in cui lei affoga, anche qui simbolo della volontà di rinascere, purificarsi, ricominciare, ma anche di oppressione si ansia, di impossibilità di respirare e vivere).

Poi vogliamo parlare della bellezza della borse Boudoir?

Parlando di personaggi, non possono che difendere Shin Hye-sun, attrice che non sempre mi piace, ma che ha comunque un carisma eccezionale e un suo modo unico di portare a casa i personaggi che interpreta.
Il modo in cui Shin Hye-sun affronta ogni nuova sfaccettatura di Sarah Kim infittisce il mistero che circonda il personaggio. Con ogni scena che approfondisce il personaggio, ogni versione di Sarah che vediamo viene completamente trasformata dall’abilità e dalla maestria di Shin Hye-sun. Sarah è una donna che sembra avere tutto: bellezza, successo, ricchezza e capitale sociale. Eppure, sotto lo stile impeccabile e l’aspetto raffinato, si nasconde una psiche profondamente frammentata. Shin Hye-sun conferisce al ruolo una straordinaria vulnerabilità, rivelando come la ricerca della perfezione spesso mascheri solitudine, paura e dolore irrisolto. Grazie alla sua interpretazione, la sospensione dell’incredulità è possibile all’inizio della serie.
Ho letto di tutto su di lei: troppo macchinosa, troppo rigida, troppo finta, ma io l’ho trovata perfetta, proprio perché costantemente finta e rigida e macchinosa. E’ una truffatrice che ha truffato così tanto da essersi persa nel suo personaggio. Gli attimi di realtà, di vulnerabilità, di solitudine si vedono, ce ne sono eccome, ma sono rari perché ormai Sarah Kim si è mangiata la persona che era.
Punti di debolezza:
Sebbene visivamente sia bello e impeccabile (tutti noi vogliamo una borsa di Boudoir), la serie è meno incentrata sulla meccanica del giallo e più concentrata sul perché emotivo dietro le scelte di ogni personaggio, quindi la parte mistery, che regge abbastanza nei primi 4 episodi, poi perde e diventa poco interessante.
Alla fine, poi, ci sono semplicemente troppe versioni di Sarah, troppi aspetti del personaggio considerati da troppi punti di vista diversi, per poterli seguire in modo significativo o prenderli sul serio. Questo è il problema di una sceneggiatura che si lascia un po’ trasportare dall’idea. Dopo un po’, Sarah cessa persino di essere un personaggio, diventando piuttosto un avatar vuoto su cui vari altri personaggi proiettano i temi di fondo della serie.
Parlando di personaggi, invece, il detective Park Mu-gyeong è il problema di questo drama. Il lato buono del drama, il surrogato del pubblico e della giustizia, è rimasto piatto dall’inizio alla fine, senza sviluppo, senza mordente, senza profondità e al povero Lee Joon-hyuk non è stato dato molto su cui lavorare.
Impantanandosi nei suoi temi, la serie trascura gran parte della caratterizzazione essenziale per i personaggi secondari (su cui c’è poco da dire, perché lasciano tutti poca traccia), ed il peggio trattato è proprio il detective Park, la cui funzione iniziale di specchio oggettivo e razionale, del giusto e dell’identità certa e sicura anche se maltrattato, diventa solo un espediente per far procedere la trama, privato di qualsiasi reale profondità.
Il personaggio del poliziotto aiutante Hyeon Jae-Hyeon è strano assai e sembra incompleto nella sua caratterizzazione: arriva all’inizio del caso Sarah Kim e vai via alla sua fine, nella prima scena lo vediamo con uno zaino Boudoir e scopriamo essere un figlio di qualcuno molto importante, eppure tutto non ha spiegazione, approfondimento o colpo di scena. Un aiutante per lo più inutile che a una certa va via ‘perché vuole provare altro’. Boh.
Il gigolò Kang Ji-Hwon francamente ha una storia molto banale e Kim Jae-Won, bello come il sole, deve fare anche una grande strada come attore, francamente. E’ il secondo drama in cui lo vedo e il livello della sua recitazione rispetto agli altri è davvero molto diverso.
Non voglio criticarli tutti, quindi mi fermerò qui, ma non ce n’è uno che sia davvero caratterizzato o sfumato o interessante. Sono tutte macchiette, parodie di se stessi. In una storia mistery non serve che tutti i personaggi siano super approfonditi, ma visto che da metà drama la trama mistery viene buttata al cesso, mi aspettavo almeno un contorno di personaggi interessanti e purtroppo non è successo.
Conclusione:
‘The Art of Sarah’ manca di equilibrio e cerca di essere più profondo del necessario. L’inizio, molto più asciutto e semplice, funziona benissimo, man mano che il mistero si infittisce, si accartoccia e complica, rendendo difficile provare appagamento.







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